Un frammento.
La donna è sdraiata a terra e vederla è come osservare una bambolina gettata via: il capo reclinato all'indietro senza più la resistenza del collo, i suoi lunghi capelli l'avvolgono disordinati. Le braccia sono distese lungo i fianchi, le sue mani sono così pallide e sembrano quasi tremare impercettibilmente. Ha il bacino leggermente piegato verso destra, quindi anche le sue gambe risultano inclinate in quella direzione; sono piegate e poggiano contro un distributore automatico di bevande color rosso. Quante volte mi ci sono comprato una bottiglietta di the verde, o un tramezzino cotto e provola; non le ricordo neanche più. Ho frequentato quella costosa dispensa sicuramente più assiduamente che non quella di casa mia. Il suo viso illuminato dalla luce artificiale del lampione sembra davvero calmo. I suoi piccoli occhi a mandorla sono serrati e porta con grazia un sorriso angelico.
Sono immobile sulla pensilina della stazione, al binario tre, che fisso quella creatura indifesa quasi con curiosità. La mia curiosità si macchia subito del senso di colpa, quando realizzo la situazione concreta che sto vivendo. Rapidamente scivolo nel panico: non so nulla di primo soccorso, non mi ricordo il numero dell'ambulanza; mi vengono alla mente solo spezzoni di film americani. Prendo una decisione temporanea e mi precipito verso di lei con passo deciso e le afferro le gambe, per sollevargliele. Mi stupisco nel sentirne la leggerezza, la facilità con la quale il suo corpo si lascia spostare. Stringendo le caviglie sollevo le gambe finchè non sono quasi ad angolo retto con il suo busto, e intanto le dico frasi stupide con la voce che mi trema:
"Dai! Su, svegliati! Non è niente, vedrai che starai meglio, però apri gli occhi adesso!"
E così dicendo continuo a muovere con delicatezza su e giù le gambe. Mi guardo intorno e non vedo nessuno.
Non apre gli occhi, allora rimetto a posto le gambe e faccio la cosa più ovvia: cerco il suo battito.
Quasi con timidezza premo l'indice e il medio della mano destra contro la sua giugulare, ma sono decisamente troppo agitato e crollo nuovamente e ancora più gravemente nel panico. Non riesco a distinguere nessun movimento e temo per il peggio. Fortunatamente la mia scarsa prontezza di decisione mi tiene incollato a quel collo, ancora così caldo, con le mie dita a cercar la sua vita e nel silenzio, in attesa, lo sento. Lieve, lievissimo il battere costante, ma debole come un sibilo, del suo cuore. Tiro un sospiro di sollievo e mi calmo leggermente, quindi ragiono sul prossimo passo da compiere. Mentre rifletto il mio respiro è l'unica cosa che rompe quel dannato silenzio irreale in cui sembra essere caduta la stazione, solitamente così caotica. Il tepore del suo collo intanto si è trasmesso alle mie mani e mi pizzica, quasi m'inebria. Mi chino leggermente sul suo corpo, avvicinando il mio volto al suo. Tremante e confuso la fisso così da vicino da non riuscire più a cogliere l'insieme generale del suo viso, e mi chiedo che strano enigma lei sia. Ruoto la testa verso destro e tendo il mio orecchio sul suo naso. Un movimento d'aria quasi impercettibile mi conferma che è ancora in grado di respirare, quindi ritengo che non vi sia nulla di talmente grave da dover chiamare un'ambulanza, almeno prima che lei riprenda conoscenza.
Improvvisamente sento qualcosa di freddo sfiorare la mia mano sinistra, appoggiata a terra. Nel voltarmi d'istinto mi soffermo nei suoi occhi e vi vedo in ordine: la stanchezza, lo smarrimento, una sfumatura indefinibile fra il nero e il nocciola e, infine, l'abbandono. Ha evidentemente ripreso conoscenza, ha cercato la mia mano e, dopo aver aperto gli occhi, è caduta in uno stato di tale confusione riguardo la sua attuale situazione, che li ha semplicemente richiusi. Infatti ora il suo respiro è più pesante, sicuramente vigile e attento. Tento di rassicurarla, per quanto possibile:
"Allora, come stai? Riesci a sentirmi?"
Silenzio; inclina leggermente la testa verso sinistra e la sua bocca si contrae in una leggera smorfia.
"Capisci la mia lingua? Mi senti?"
Apre ancora gli occhi e tenta di mettermi a fuoco, con infinita dolcezza ancora non capisce e ancora li richiude.
Parla e la sua voce porta un accento strano e una pronuncia insicura, ma capisco:
"Si, sto bene io... chi sei?"
Strascica ogni parola come se le stesse leggendo da un piccolo dizionario che tiene nascosto nella sua mente.
"Io mi chiamo Fabio. Eravamo sul treno insieme. Come sei scesa hai barcollato per qualche passo e sei svenuta!"
Ora il suo viso si contrae in un'espressione quasi di fastidio: sembra che si sia appena svegliata da un incubo e che, sorprendendosi del suo stato d'inquietudine inconscia, solo ora ricordi a poco a poco i motivi delle sue paura / i motivi delle sue ansie / gli spettri che hanno animato il suo sonno.
Riapre gli occhi e si stupisce, che io esista veramente e che mi trovi ancora lì.
"Oh... grazie gentile Fabio... tu non dovevi!"
Sono un pò perplesso, mi chiedo come si possa essere cortesi fino ad un passo dalla propria morte, letteralmente.
"Non dire così. Ben tornata fra noi, comunque! Come ti chiami?"
E così chiedendole mi distendo in un sorriso e mi scrollo di dosso tanta tensione; i muscoli si rilassano e il vento che ora mi fa rabbrividire di freddo sottolinea quanto abbia sudato, in questa situazione.
Rimane per qualche secondo con una faccia concentrata, fissando un punto indefinito alle mie spalle, poi torno con i suoi occhi incantatori su di me e, perplessa, mi dice:
"Ohi... questo proprio non ricordo!"
Mi alzo in piedi e scoppio in una sonora risata.
Lei mi guarda girando un pò la testa ed è così bella e così mia; sento il cuore che si riempie di stupida speranza.
Mi sveglio con il segno del cuscino sul lato sinistro del viso che sono ancora perso nel mio stesso folle ridere.
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E' un esperimento scritto in venti minuti ispirato da una picolezza a cui ho assistito oggi, giornata di viaggio.
Penso che il mio stile si sia asciugato, penso che il mio stile stia prendendo forma. Questa cosa è piena di cose da limare via, le ultime tre frasi le ho messe solamente per dare una sorta di completezza al frammento, ma è motivo di felicità.
Dopo tre anni di patimenti scrivo cose che amo. E' meraviglioso. Ora non ho il tempo ne ancora la penna per gestire le mie trame e costruire dei personaggi veri, ma se andiamo avanti così fra due anni forse ci sono. Cinque anni. Ne ho messi sei a far le superiori, e non ho che un pezzo di carta ingiallito per dimostrarlo.
Buonanotte.
incendia le farfalle meccaniche le rose lisergiche i nostri pochi orgasmi ti ricordi dei combattimenti fra i cigni finti delle sere a sbranarsi delle sere a strafarsi
con me non devi essere niente, con me non devi essere niente
post che parla (?) di me dopo tanto tempo, la foto ha ancora i capelli lunghi che non ho più (che presto non avrò più per sempre) e scrivo, scrivo o, anzi, non scrivo. M'illudo di scrivere, ma in realtà vorrei scrivere e non scrivo. Per paura, per pigrizia, per mancanza di tempo, per mancanza di sonno, per mancanza di lucidità.
Mi laureo? Chi lo sa, lo scopriremo il ventidue di aprile se gli dei misericordiosi avranno pietà di me o mi ricaccieranno ancora lontano dalla mia Itaca.
Prosegue la distruzione di cuori, la distrazione in femmine, in modi che si ripetono uguali e che mi stanno stancando e deludendo come una spirale viziosa al cui centro riposa la solitudine. Come quel cinese all'argine del fiume aspetta il mio cadavere.
L'anno prossimo forse non sarò più nella città dove sono ora; l'anno prossimo sicuramente non sarò più lo stesso.
Sto leggendo Kafka e mi cullo nell'idea di capirlo, quando non c'è nulla da capire, al limite da apprezzare. Maledetta tubercolosi.
Mi prendo ancora due anni di studio per decidere del mio futuro: ricercatore o scrittore? Si apra il televoto.
Prologo: ho scritto questa storia stanotte fra le 4 e le 7 di mattina. Ho scritto la prima frase e mi sono ritrovato 3 ore dopo con le 11 pagine di word complete. Ho riletto e mi ha emozionato. Ho pulito qualche errorino e ho lasciato così. Avviso che è una storia pesante, narrata in parte tramite flusso di coscienza e in parte tramite dialoghi per allegerire. E' lo stile che ho voluto dargli, mi pare ci stia. Tratta un tema delicato come l'abuso sessuale (in realtà sono stato ispirato da uno scrittore mediocre dello space, che ha trattato lo stesso argomento). E' lungo. Per premiare chi arriva in fondo metterò l'angolo del quiz con l'autore, in cui rivolgo delle domande a chi l'ha letto tutto, poi leggerò le domande e risponderò a mio volta. Spero che a qualcuno piaccia, mi è costato fatica scrivere sta cosa. (la divido in capitoli per renderla più leggibile) Accomodatevi intorno al fuoco e ascoltato :)
La storia di Giuletta.
Fanculo vita di merda quanto la odio, non vedo l’ora che tutto questo dolore se ne vada e che non rimanga che patetica e scura cenere, decompormi in una cassa di legno che marcirà con me sotto sette metri di terra. Mangiata, digerita dai vermi. Carbonio, idrogeno, ossigeno, azoto, fosforo, zolfo, sodio, potassio, ferro, cloro. Ritornare a essere materia stellare senza coscienza, inerte e imperturbabile. Il silenzio eterno, la notte senza fine.
Questo penso mentre tengo in mano il quarto fottuto gin lemon della serata. Mi fa pure cagare il gin, ma è l’unica maniera per sopportare le mie amiche stronze. Non sono tanto le mie amiche stronze, ma i loro discorsi. Maledetto Dio come si fa a parlare solo di vestiti, di vestiti e di gioielli. Macchine, vestiti, gioielli, creme di bellezze. L’ultima novità del peeling, dello scrub, del tonificare, rassodare, tirare su, tirare giù, della pomata per le caviglie. Del roll-on per le occhiaie. Delle iniezioni di botulino e del collagene. Della frutta che mantiene giovani e degli esercizi per far rimanere il culo duro. Del talco per i calli per i tacchi. Della biancheria intima. Non biancheria intima da pornoshop ma biancheria intima da oddio tesoro ma pensi davvero che queste cazzate bianche merlate eccitino un uomo? Poi sparlare, sparlare e solo sparlare. Odiare tutti, cazzo. Tutti tranne le presenti perché le presenti si amano e si vogliono bene e non si potrebbero mai sparlare alle spalle. Peccato che le non presenti siano le più grandi puttane della storia, per le presenti. E peccato che le presenti non siano sempre le stesse presenti. Ma perché non se ne accorgono? Un cane quando vomita e si mangia il vomito ha più perspicacia. Più sagacia. Più ardore. Poi parlano di profumi, per ore e ore! Di profumi, cazzo. Come se ad un uomo eccitasse di più la sfumature di petali di rosa stesi su un fenicottero rosa che è in volo sopra le isole seycheless su un aeroplano rosa, che non la sfumatura di sudore femminile e di figa bagnata di qualsiasi donna abbia davvero voglia di fare l’amore? E poi parlano dei viaggi, che non si possono chiamare viaggi, ma che sono vacanze noiose in luoghi costosi. Le vacanze non saranno mai come i viaggi. Si possono fare i viaggi durante le vacanze, ma non si possono fare le vacanze durante i viaggi. Parlano anche di uomini, ma di uomini come se fossero dei bei peluche da acquistare e mettere su una mensola. Cazzo parlano dei vestiti dei loro uomini e non dei loro corpi. Parlano di cosa pensano e non di come scopano. Non li vedono come se fossero solamente strane bestie pronte a riversare il loro odio in leggendarie scopate o il loro ego in leggendario chiacchierate. Non capiscono la fisicità, la bellezza, la fottuta e sublime poesia dello scopare, del farsi sbattere. Il loro essere frigide lo chiamano fare l’amore, patetiche cieche. E poi non fanno che dire loro cosa fare, come vestirsi, come comportarsi, si stasera non puoi uscire, si domani sera puoi uscire, no quella giacca non è abbastanza elegante, no stasera non ho voglia, no ti ho già detto che a me di dietro fa male. Maledette patetiche cieche non si accorgono che i loro uomini senza cazzo e senza coglioni non fanno altro che sbavare dietro alla prima puttana che capita loro a tiro, ma continueranno a reprimere tutto per paura, per fottuta paura. Fino a quando una segretaria porca non glielo prenderà in bocca rovinando un matrimonio di merda, una comunione dei beni inutile e un paio di marmocchi innocenti.
Quindi mi ritrovo con un gin lemon in un mano e un coltello nell’altra, mentre intanto mi rimiro con calma le vene. Mi faccio carezzare lentamente dal coltello, come un balletto. Un po’ macabro ma senz’altro poetico. Dialoghiamo, ci scambiamo pareri e opinioni. Abbiamo molte cose in comune. Lui si diverte a tagliare, squartare, dividere, separare, smembrare, dare la morte. Io mi trastullo all’idea di essere tagliata, squartata, divisa, separata, smembrata, uccisa per questo andiamo molto d’accordo. In realtà il coltello mi confessa di essere molto invidioso della ghigliottina! Per un coltello con manie omicide che si rispetti il punto d’arrivo e di massimo rispetto è la ghigliottina. Cazzo, quante ne ha fatte saltare di teste coronate! Un coltello si trova sempre bloccato ai suicidi/omicidi degli strati sociali più bassi. Lo consolo mentendogli. Gli confesso che sono una granduchessa, anche molto porca e che mi farei volentieri sventrare da lui, fino in fondo! Lo vedo che sorride e sono contenta. Alzo lo sguardo e finalmente mi accorgo del silenzio. Le mie amiche mi guardano e hanno il terrore negli occhi. Non il terrore di chi ha paura di qualcosa, quello non è terrore, quella è codardia. Hanno il terrore di chi non sa cosa cazzo sta succedendo, di chi gli viene spenta la luce dopo una vita di candida innocenza. Mi guardano mentre me ne sto con la punta del coltello infilata nel pollice, che sta fra l’altro sanguinando copiosamente sul tavolo, e stanno in silenzio. Le facce contratte. Pagherebbero tutto quello che hanno per poter ignorare quello che stanno vedendo, probabilmente hanno anche accusato i loro occhi di menzogna per i primi istanti. Ma è tutto lì davanti ai loro occhi, quella matta troia della Giulietta si sta proprio suicidando davanti alle loro innocenti anime. Peccato! Dannazione! Maledizione! La redenzione, la redenzione! Bisogna cercarla, trovarla, redimerla, salvarla! Salvarla! Seguono come topi in un labirinto questa linea di pensiero e arrivano come topi al formaggio: “Aiuto!” urlano a squarciagola “Aiuta la nostra amica sta facendo una follia!”
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Quando arrivano i carabinieri e l’ambulanza sono già lontana. Corro veloce quando mi viene voglia di togliermi la vita. Sono anche ubriaca, quindi dopo venti minuti di corsa mi viene il fiatone, mi sbilancio e cado. Mentre rido a squarciagola pensando alla scena vista dal di fuori senti il sangue che comincia a colarmi sul braccio. E’ eccitante il mio sangue caldo e ha già raggiunto la mano. Me la porto alla bocca e ne succhio un po’. Mi tiro su e vedo che mi son fatta un piccolo taglio alla spalla. Uno più uno meno non farà certo la differenza. Mentre tento di capire dove cazzo sono finita e come cazzo potrei fare a tornare a casa vedo una figura umana che mi si avvicina.
“hey! Cazzo che volo! Ti sei fatta male?”
“Se anche ti dicessi sì, tu cosa cazzo sei, una specie di medico? Un curatore aborigeno? O uno stronzo qualsiasi?”
“Ahah se ti lamenti così vuol dire che non ti sei fatta male, serata alcolica eh?”
Stringo gli occhi come gli animali quando odiano. Sono talmente abituata ad odiare che è la reazione standard alla seconda domanda che mi viene posta. Sempre.
“No in realtà sono masochista e mi piace spalmarmi sull’asfalto il sabato sera. Quando rimbalzo contro il guard rail, mi bagno talmente tanto che quasi vengo.”
“Cristo di dio, allora va trovato in fretta un fottuto guard rail. Se vuoi a casa ho le squadre in metallo, ma non penso sia lo stesso.”
Rido. Rido e aggiungo: “sei veramente una testa di cazzo. Hai bevuto anche tu stasera o ci provi sempre con le sconosciute?”
“No in realtà non bevo, sono astemio. E solitamente ci provo solo con le sconosciute ubriache che perdono sangue, con le altre è troppo faticoso. E sì, sono una testa di cazzo”
Sorride. Riconosco che la figura umana è un maschio. Ha sui 20anni, circa la mia età. E’ alto poco più di me e sembra molto magro. Sbuffo.
“Ce l’hai almeno un nome, così che possa avere qualcuno da denunciare. Comunque sappi che se ti vengono idee strane ho un coltello” e così dicendo gli faccio il mio sguardo da matta (molto simile al solito fra l’altro ma con una punta di follia in più nel fondo degli occhi) e tiro fuori dalla tasca del cappotto il mio amico coltello, fra l’altro sporco del mio sangue. Sento che il corpo del ragazzo s’irrigidisce, e questo mi consola. Penso che se fosse un assassino stupratore esperto non avrebbe una reazione del genere di fronte ad un coltello. Un po’ però la cosa m’infastidisce anche, avrei una certa voglia di combattere e uccidere un assassino stupratore esperto.
“Mi chiamo Romeo, tu?”
“Che nome del cazzo. Io sono Giulietta. Se ti azzardi a dire qualcosa che riguardi una famoso tragedia del più famoso scrittore di tragedie giuro su tua madre che ti ammazzo”
Ride per qualche minuto poi aggiunge:
“Sono un casino i genitori con la passione di Shakespeare. Prima di dedicarti al tuo feticismo per l’asfalto, dove stavi andando?”
“Da nessuna parte, stavo solo scappando dall’ambulanza e dalla polizia.”
Sguardo a punto di domanda.
“Pensavano mi stessi per suicidare”
Ancora sguardo a punto di domanda.
“Gliel’avevano fatto intendere le mie amiche, o meglio le teste di cazzo che erano sedute al tavolo con me al locale”
Per la terza volta sguardo a punto di domanda.
“Cristo di dio, non sei un attore: puoi anche fare più di due espressioni! Dai, impegnati cazzo. Cambia faccia!”
Lui imbarazzato, si mette a ridere.
“Io stavo semplicemente girando a cazzo per il centro, non avendo amici!”
“Che sfigato, cazzo. Povero tu, hai almeno mai scopato nella tua vita?”
Arrossisce. E’ tenero. Tenero e carino. Mi risponde
“Sì, come mai questa domanda?” ha gli occhi seri, mi sa che se la sta prendendo. Sono belli gli uomini quando se la prendono, si sentono così importanti. Come se un vibratore con le gambe dovesse prendersi sul serio.
“No beh è solo per capire se potevo prendere in considerazione il fatto di venire a letto con te, perché è palese che da quando mi hai messo gli occhi addosso non fai altro che sbavare all’idea di aprirmi le gambe.”
Lui rimane zitto. Questo è un buon segno, le parole sono talmente importanti che un dialogo dovrebbe essere fatto soprattutto da silenzi e attese.
Mi guarda fisso negli occhi. I suoi sono di una sfumatura fra il nero e il marrone. Ha un viso duro con un naso pronunciato e zigomi alti. Barba e baffi a caso. E’ simili a tanti barboni che ho conosciuto.
“Essendo io un uomo di scienza, ritengo che l’unica maniera per la comprensione profonda d’una data questione sia utilizzare il metodo sperimentale. Quindi se vuoi sapere com’è venire a letto con me, l’unica maniera è aprimerle, quelle cazzo di gambe!”
Mi guarda ancora, sorride. Gli si distendono i muscoli del viso, gli è costato tensione dire quel che ha detto. Ha perso punti con la storia dell’uomo di scienza (dai chi l’hai mai visto un uomo di scienza che scopa bene?) ma ha rischiato. Ha azzardato, mi piace.
“Dimmi che non sei un biologo o roba del genere”
Temporeggia. Rido. Sento la mia risata come se fosse quella di una estranea, di una di quelle ragazze felici che possono effettivamente ridere perché sono felici.
“No diciamo che la biologia la tengo come hobby, in realtà scrivo.”
Indossa una felpa con cappuccio, un giubbotto qualsiasi, jeans del cazzo e scarpe da ginnastica. Mi chiedo da quale periferia dimenticata da dio venga.
“Dai. Scrivi nel senso che butti giù le tue lamentele inutili su un blog di modo da rompere il cazzo a e nello stesso momento farti commiserare da migliaia di altri falliti come te? O nel senso che scrivi scrivi, tipo storie?”
“No in realtà la fase blog sono riuscito ad archiviarla due anni fa. Ora scrivo scrivo, nel senso storie.”
“Questa sarebbe una bella storia, secondo te?”
“Sarebbe l’inizio di un dramma bellissimo. Finirebbe probabilmente con la nostra morte. Ci sarebbero grandi scene erotiche. Tanto pathos.”
“Possiamo tenere solo le scene erotiche, vero? E magari il mio suicidio, ma per quello vedremo, tanto si fa sempre a tempo. Il coltello ce l’ho.”
Lui un pelo imbarazzato rilancia il discorso.
“Fammi indovinare: scrivi anche tu?”
“Oh io? Non è che scrivo come se fosse una cosa che faccio io. Diciamo che l’inchiostro mi fotte il cervello e iniziare a scoparsi il foglio. Partoriscono dei figli mostruosi a mia insaputa. Dei feti abortiti che riempiono il mio mondo spettrale. Mai una gravidanza a buon fine.”
“Sembra interessante! Quindi, invitarti a casa per farti leggere qualcosa di mio, sarebbe fuori luogo?”
“No, però stasera ho le mie cose e, nel caso ti piaccia mettere il cazzo in un buco pieno di sangue e croste, mi fa anche male la testa. E, nel caso ti piaccia anche stuprare ragazze col mal di testa, ti ricordo il mio amico coltello.”
Guarda il coltello che ondeggia nella mia mano davanti ai suoi occhi e ride
“Certo che tu sei veramente strana! Comunque fai un po’ come vuoi, al limite andrò in bagno a masturbarmi!”
“Non abiti lontano, vero?”
“Cinque minuti a piedi, se ci stampiamo sull’asfalto però anche di più. Ma se ti può eccitare non c’è problema!”
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Gli rispondo: “Dai coglione, fai strada” e mentre gli rispondo così lo guardo e gli sorrido. Gli faccio lo sguardo languido e il sorriso complice. E prima ho riso.
Cazzo non mi riconosco. Cosa cazzo sta succedendo? Comincio a seguirlo e mentre cammina gli guardo il culo. E’ un bel culo. Cosa cazzo mi sta succedendo? Mi sento strana non penso alle stronze, non penso al suicidio, voglio bene al coltello ma non mi va di parlargli assieme ora. Me ne fotto del fatto che non tornerò a casa, non me ne fotte un cazzo di quello che lui ha scritto. Non me ne fotte un cazzo di lui, lo seguo solo perché voglio vedere come va a finire questa storia. Magari è davvero un assassino e magari morirò stanotte. Magari tutti mi ricorderanno come la stronza che prima ha tentato il suicidio, e poi s’è fatta ammazzare. Mi dispiacerebbe un se finisse in prigione, c’è bisogno di più assassini, per tenere sotto terra le persone matte e inutili come me. Peccato che solitamente è la gente matta e inutile come me a uccidere le persone normali. Non che gliene possa fare una colpa; dopo una vita passata a essere percepito dalla gente normale come anormale, a qualcuno può girargli il cazzo. Forse anche io dovrei iniziare a uccidere persone. No sono troppo incostante per riuscire a creare un piano che funzioni. Poi mi scoprirebbero subito perché non avrei voglia di lavarmi via il sangue, perché penserei che mi dona. Sarebbe troppo facile per la polizia, non voglio dargli questa soddisfazione. Se ci sarà la rivoluzione e non ci sarà più la polizia allora forse comincerò a uccidere le persone. Ok può andare.
“Siamo arrivati!”
“Cosa??”
“Sì, siamo arrivati! Non ti ho detto nulla che ti sentivo immersa nei tuoi pensieri, ma ci siamo! A che pensavi?”
“Oh… al tuo culo. Hai un bel culo.”
“Grazie, ma è meglio il tuo”
“Ci credo, cocco!”
Saliamo le scale e ci ritroviamo in una specie di minuscola sala/cucina, in cui convivono un divano, una televisione, un’armadio, il lavello, la lavatrice e il forno. In mezzo alla stanzina c’è uno stendibiancheria pieno di vestiti. Sulle pareti quadri di Escher. Ci sono due porte. Una da sul bagno, l’altra sulla camera da letto.
“Allora! Occhio a non perderti in questo infinito dedalo di stanzoni! Vuoi qualcosa da bere?”
“Non hai alcolici vero?”
“L’estathe alla pesca è considerato alcolico?”
“No, però crea dipendenza anche quello, passamene uno”
Prendo in mano il mio cazzo di estathe, c’infilo dentro quella stupida cannuccia e, sentendomi una 16enne in vacanza al mare, mi siedo sul divano. Lui va in camera da letto, lo sento che muove un po’ di fogli e se ne torna dopo un po’ con un quadernone.
“Qui c’è tutto l’ultimo anno, sono sette storie. Magari qualcuna ti piace!”
Prendo in mano il quaderno, lo sfoglio annoiata per qualche minuto poi lo butto per terra e gli dico:
“Sinceramente non mi va di leggere, magari domani”
Lo vedo con lo sguardo triste, decido di farlo soffrire ancora un po’. E’ talmente bello far sfrigolare gli uomini come le cipolle in un soffritto prelibato. Minchia che fame. Quand’è che l’ultima volta che ho mangiato? Con questa storia del dormire di giorno e star sveglia di notte non riesco più a capire nulla delle mie funzioni corporee. In ogni caso devo pisciare.
“Dov’è il bagno? No lascia, penso di arrivarci… allora se questa è la camera da letto… quello è il bagno!” e senza che lui dica nulla mi ci chiudo dentro. Lo sento che tira un pugno al tavolo e sorrido.
Torno in sala e lo trovo seduto al tavolo che si beve anche lui un estathe alla pesca e gli vado vicino. Comincio a carezzargli i capelli e vedo che i suoi occhi passano dal cosciente/deluso all’arrapato/arrapato. Mi chino e gli sussurro nell’orecchio:
“Senti trovami un pigiama e mettiamoci a letto, ok?”
Mi guarda come un bambino di sei anni a cui i genitori hanno appena regalato un tenerissimo cucciolo di labrador.
Va in camera e dopo 5 minuti torna con un pigiama. Questo pigiamo è celeste, con sopra tanti cuoricini. Lo guardo male. Sorride. Continuo a guardarlo male.
“E’ di mia sorella, viviamo insieme ma ora non c’è. Dai su, poche lamentele!”
“Aspetta qua, vado a metterlo”
Torno in bagno e mi spoglio nuda. Mi viene voglia di una doccia e decido di farmi una doccia. Apro l’acqua calda al massimo e sento il getto bollente che mi taglia il corpo, mi graffia e mi lascia senza fiato. I miei nervi impazziscono e fatico a respirare. Con le unghie mi graffio la schiena e piango. Perché perché perché perché perché cazzo. Perché mi hai fatto questo vecchio bastardo? Stare fermo, dovevi stare fermo. Lasciami stare cazzo, vattene!
Chi è lui? Perché? Chi è lui?
Sono in ginocchio e sto piangendo quando mi riprendo. Chiudo l’acqua sperando che non sia passato troppo tempo. Esco dalla doccia e vedendo il pigiama sospiro, ma tiro un respiro di sollievo.
Mi asciugo, mi metto addosso il pigiama ed esco.
“Scusami, ero sporca e mi son fatta una doccia, ci ho messo tanto?”
“No tranquilla, hai fatto veloce, ora vado a prepararmi anche io. Tu fai pure quello che vuoi!”
Tiro un altro respiro di sollievo e mi vado a mettere nel letto.
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Lui sta via tipo 10 minuti e torna anche lui in pigiama, fortunatamente un anonimo pigiama blu. Già mi da fastidio che lo metta, un uomo deve dormire nudo cazzo. Almeno non ha su i conigli, o cazzate del genere.
Entra in camera da letto e mi vede nel suo letto. E’ visibilmente imbarazzato, il letto è doppio e penso che non abbia ancora un’idea di come gestire il contatto fisico. Non so se sia talmente ingenuo da non sapere come usare una donna nel suo letto o talmente furbo da apparire ingenuo per farsi violentare come un’orsacchiotto. La psicologia inversa che sembra che ti fa un favore, facendosi fare un pompino. Quasi lo ammiro.
Si stende accanto a me, in silenzio.
“Buonanotte stramboide”
Spegne la luce.
Mi ritrovo sola al buio. Che palle cristo di dio ho 19 anni, quando mi abituerò all’idea di stare sola al buio? Forse mai, forse sono già abituata ma non me ne sono accorta. Probabilmente mai. Chissà perché la lucidità dei pensieri ha bisogno in maniera totale della luce. E chissà perché è così inquietante stare ad occhi aperto al buio. Come se qualsiasi cosa stesse per colpirmi, come se tutto stesse per crollarmi addosso. Le bestie affamate sono sempre pronte a colpire, l’uomo primitivo che è in tutti noi doveva saperle uccidere, dilaniarne le carni prima di morire. Uccidendo più bestie di quante riuscissero ad ucciderci siamo arrivati dove siamo. Ai più grandi assassini stupratori della nostra specie dobbiamo la nostra vittoria evolutiva, agli albori della nostra apparizione. Abbiamo sterminato gli uomini di Neanderthal perché avevano il cervello più piccolo del nostro. Un giorno nascerà un figlio diverso e ucciderà i propri genitori e sarà l’inizio della fine.
Sento la sua mano che mi carezza piano i capelli. Quasi fossi un castello di carte pronto a cadere. Mi giro verso di lui e continuo a farmi carezzare i capelli. Sorrido. Perché sorrido? Vuole solo sentire il mio calore bagnato e nient’altro, come tutte le bestie di questo mondo è dominato dall’imperativo tu devi vivere, non vuole altro. Anche io non voglio altro che sentire il suo duro calore, anche io non voglio altro che la mia giusta dose di endorfine. Non si può d'altronde volere altro. L’essere umano è solo, quando muore. E visto che stiamo continuamente morendo, siamo sempre soli quindi, cos’altro si può volere, se non le proprie endorfine? Potrei anche fare da sola ma ho notato ci sono molte più endorfine, con un uomo. Ok, non con tutti gli uomini.
Rido.
“Cos’hai da ridere?”
“Nulla… sono felice.”
“Come mai?”
“Sono comode le tue braccia”
E così dicendo appoggio la testa sul suo petto.
Lui cominciare a sfiorarmi le spalle, io inizio a baciargli piano il petto. Accavallo la coscia su di lei e, strusciandomi, sento che è già duro. Sorrido di soddisfazione e comincio a mordergli il petto. Lui ora mi carezzi i capelli in maniera più decisa, quasi tirandoli. Senti il suo bacino muoversi come in una strana danza ipnotica. Il suo respiro si fa più pesante e più irregolare. Affondo le unghie nella sua schiena, stando attenta e non farlo sanguinare. Sento il suo battito cardiaco aumentare. Immagino l’adrenalina che comincia a scorrere nel suo torrente circolatorio. Mi prende il viso con le mani e lo porta verso di se.
Nel buio, circondati dal silenzio e dalla paura, ci baciamo. Ed è un grande bacio, un bacio lungo, un bacio umido. Un grande bacio. Pieno di passione, pieno di mani sul viso, pieno di capelli tirati. Dopo questo bacio perdiamo entrambi completamente la ragione. Io mi avvento sul collo e comincio a morderglielo mentre lui con le mani scende verso i miei seni e mi afferra i capezzoli. Sento che più che lo mordo più me li stringe quindi mi scateno. Smetto e torno a baciarlo, perché ho di nuovo voglia della sua lingua. Lui scende con le mani e si concentra sul sedere. Lo sento emettere un grido di piacere mentre infilo la mano nei boxer e glielo prendo in mano. Ringhia e si contorce come un demone infernale, mentre tengo nella mia mano il suo piacere e mi diverto a stringerlo, finché non colgo la sofferenza sul suo viso, la rabbia nei suoi occhi. Mi si avventa addosso e mi ribalta all’indietro, mi ritrovo con le gambe aperte. Mi sento bagnata come non mi capitava da… no in realtà non mi era mai capitato di sentirmi bagnata. Eccitata. Mi sento strana. Chi è mai questa fiera che riesce a farmi venire così voglia di aprire le mie gambe? Lo guardo negli occhi, mi alzo liberandomi dalle sue mani e lo faccio ricadere nel letto. Gli tiro giù i pantaloni e i boxer e assaggio il suo sapore. La sua essenza riempie la mia bocca e mi fa impazzire sentire la sua eccitazione che si mescola con la mia saliva. Urla dal piacere. Si dimena, vorrebbe che questo istante non finisse mai. Lo faccio uscire e mi tiro su, sento la sua mano che torna ai miei seni, così mi levo la maglia e rimango a petto nudo. Lui mi fa stendere ancora e sento la sua calda lingua avvolgermi i capezzoli. Finalmente anche la mia voce si scioglie nel piacere. La sua mano passa per la mia schiena, si sofferma sui glutei e infine raggiunge il piacere fra le mie gambe. Stupefatto per la scoperta d’un siffatto caldo rifugio non può resistere e mi leva i pantaloni e le mutandine. Si getta con il viso alla ricerca del mio sapore e la sua lingua trova ad attenderla un’oasi incredibilmente rigogliosa. Cascate di rugiada color ambra adornano quel meraviglioso tempio e sento la mia ambrosia riempirlo e dissetarlo. Soddisfatto si tira su, passa un braccio sotto il mio collo sollevandomi leggermente e sposta un po’ il bacino. Sento la nostra unione avvenire in un istante e avvenire in maniera completa. Entra dentro di me fino in fondo senza difficoltà, strappandomi un urlo di puro piacere come non ne avevo mai emessi. Urla anche lui mentre il mio umido calore gli fa perdere il senno.
Ululiamo insieme nella notte per dimenticare, per dimenticare la paura, per dimenticare l’umanità, per dimenticare la morte.
Rimangono solo il sangue, i nervi, i muscoli, i fluidi corporei, la saliva, il nostro odore e il piacere.
I nostri fisici che combattono, si scontrano in una lotta per il dominio, in una lotta per la passione, in una lotta per il piacere. Mentre ci rotoliamo, mentre cambiamo posizione, mentre ci prendiamo nelle maniere più strane combattiamo e ci mordiamo e ci graffiamo. Il piacere, la passione. Le cicatrici, il sangue, il piacere e la passione.
Dolore, amore, orgasmi e ferite. Tutto unito, tutto mischiato insieme in una confusione chiamata sesso.
Sono passate diverse ore quando ritorniamo a essere due persone distinte.
Sento il suo seme caldo sul mio ventre.
Sento le nostre ferite che bruciano.
E’ forse felicità, questa? Nel silenzio, perché non possono esserci che il buio e il silenzio dopo tutto questo, come non potrà che esserci solo il buio e il silenzio dopo il giudizio universale, ci addormentiamo.
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Mi sveglio che il sole mi sta scaldando le mammelle, filtrando dalla finestra. Il seme caldo del mio compagno è diventato seme secco e fastidioso quindi mi alzo per andare in bagno. Non lo vedo nel letto quindi magari è già in bagno, ma non lo vedo neanche in bagno. E neanche in sala. Noto però sul tavolo un biglietto.
“Se ti svegli io sono a lezione. Non avevo il cuore di svegliarti animaletto strano. Torno per le 11, ti porto le brioche. Non sparire. (o almeno se lo fai scrivimi il tuo numero)”
Rido.
Vado in bagno a levarmi di dosso i suoi spermatozoi e il nostro sudore. Quando torno in camera mi accorgo che son solo le 9. Non so perché ma non mi va di andarmene. Anche se ogni volta me ne andavo senza lasciare il numero. Continuo a sentire quella voce che mi dice di rimanere per vedere come andrà a finire. E sia, rimaniamo. Speriamo solo che ne valga la pena di sapere come andrà a finire. Intanto mi rivesto e rifaccio il letto. Non ho nulla da fare e di accendere la tele neanche a parlarne quindi inizio a curiosare nella sua roba. Tutti libri di scienza molto noiosi. Qualche rivista di scienza ancora più noiosa. Una scatola di preservativi. Un sacco di cd musicali. Qualche dvd di film, fra cui due porno.
Poi noto una scatola, su una mensola. Una semplice scatola di scarpe dell’adidas. Nera con le tre righe. Piena di polvere. La prendo a la metto su letto. Sono di colpo inquieta, sento un’energia strana, una vibrazione estremamente negativa provenire da essa. Sento la mia vocina dentro che sussurra ridendo: finalmente saprai come va a finire Giulietta, non sei contenta?
Fottuta vocina.
Apro la scatola con le mani che mi tremano. Dentro c’è un album dal titolo: “Romeo: 6-12 anni.” Mi sento come in un horror giapponese. Se fosse così ci sarebbero sotto dei violini inquietanti e questa sarebbe la scena madre in cui si decide tutto. Il senso della mia vita, il senso di questa storia, il senso dell’umanità si deciderebbe tutto in questa scena. Vediamo di esserne all’altezza, Giulietta. Va bene, Vocina.
Prendo l’album e lo apro. Nella prima foto c’è un simpatico bambino vestito da cow-boy, in una cucina abbastanza squallida. Nella seconda foto si vedono una donna con dei riccioloni biondi, sulla 40ina, un po’ volgarotta che tiene in braccio il bambino e guarda verso l’obiettivo.
Sento la musica che aumenta di tono. Sento il sangue che pian piano si fa sempre più freddo.
Giro pagina con la mano che mi trema. C’è un momento esatto nella vita di ogni persona in cui, per dirla con un detto, tutti i nodi vengono al pettine. Solitamente questo momento riguarda la famiglia. La foto che sto fissando in questo momento sono tutti i miei nodi che stanno finalmente venendo al pettine.
Ci sono il solito bambino, la solita donna e un uomo, alla loro destra. L’uomo è sulla 50ina, è calvo. E’ robusto e ben piazzato. Indossa una tuta da lavoro sporca. Sorride. Sorride e sembra felice quell’uomo con la sua famiglia. Il problema è che io lo conosco quell’uomo. Il problema è che quell’uomo è mio padre. Nell’istante in cui questo pensiero si diffonde in tutto il mio sistema nervoso letteralmente impazzisco. Non come prima, quando la mia pazzia era una specie di rumore di fondo ancora gestibile, no ora impazzisco come un’ esplosione accecante di follia. Comincio a tremare come una foglia. Strappo la foto. Leggo dietro.
“Carlo, Paola e Romeo. 03/12/1997”
Carlo cazzo Carlo. Non è possibile cazzo non è possibile non è possibile.
No no no no no no no no. NO! NO! NO! NO!
Piango. Piango e urlo di rabbia nello stesso momento. Tremo sempre più e non riesco a fermarmi. Un suo documento devo trovare un suo documento. Il cognome, devo sapere il cognome. Non può essere lui. Non può essere il sangue della bestia venuto nuovamente a sacrificare il suo agnello. Non può essere questa la crudeltà in cui tutto si decide e in cui tutto si risolve.
Con la frenesia dei folli metto a soqquadro la stanza, ribalto tutto fino a quando non trovo un attestato del cazzo dell’università. Leggo:
“Romeo de Girolamo”
Completamente fuori di testa prendo il mio portafoglio, tiro fuori la carta d’identità e la guardo
“Giulietta de Girolamo”
Non è possibile cazzo non è possibile non è possibile.
Urlo come una tigre ferita morte da un bracconiere.
Alla fine ce l’ha fatta, mi ha vinto. Prima ha preso il mio corpo con la forza, quando ancora ero innocente, insieme alla mia sanità mentale. Il mio stesso padre, quella bestia immonda che incarna completamente l’umanità nel suo disperato bisogno di scoparmi ha vinto. Alla fine l’ho desiderato! Io ho desiderato il suo sangue e l’ho avuto! Che beffa! Mi ha sconfitto in maniera così eclatante che non rimane che una cosa. Non rimane che il gran finale. Non rimane che l’ultima scena. Sarò all’altezza mie voci, ve lo prometto.
Recupero il mio amico coltello. Lo carezzo un po’, lentamente. Ciao coltello come stai? Io sono Giulietta, ti ricordi me? Ci siamo conosciuti ieri sera, in quel locale. Sì lo so quelle stronze ti hanno fatto paura, ma ora sei con me. Ora puoi essere coltello. Puoi essere te stesso. Puoi raggiungere la tua natura e sprofondare nelle mie vene e nelle mie arterie, puoi goderti ogni mia fibra muscolare, puoi strapparmi i nervi e la pelle. Sei contento vero coltello? Si, ti vedo sorridere. Hai proprio un bel sorriso, coltello. Ma ora basta parlare, è tempo che la tragedia si consumi.
Con la mano destra alzo lentamente il coltello e stendo il braccio sinistro. Affondo in un punto a caso del braccio. Sangue.
“Ecco le brioche…Che cazzo fai per dio!! Fermati!”
Sento il suo urlo e non faccio in tempo a sradicarmi i vasi più grandi perché mi leva di mano il coltello. Sento la rabbia esplodere senza più controllo!
“Che cazzo ci fai qui!!! Tu!!!! Sei stato inviato da lui vero! Tu! Hai il suo sangue nelle tue vene! Lo capisci! Sei corrotto, malato, un demone come lui. Non c’è salvezza per te, ne per me. Abbiamo entrambi il suo sangue!”
“Cazzo calmati e non urlare così! Cosa intendi?”
Gli tiro la mia carta d’identità.
“Leggi cazzo.”
Mi guarda con faccia perplessa
“Abbiamo lo stesso cognome, è una cosa strana ma capita, non trovi?”
“Apri la tasca interna. C’è una foto, prendila e guardala.”
Agisce con faccia inquieta e tanto nervosismo. Mentre guarda la foto lo vedo impallidire e gli cade tutto per terra. Balbetta lentamente
“ok abbiamo lo stesso padre… ma come cazzo è possibile? Fra l’altro è un idiota. A 13 anni è scappato di casa lasciandomi solo. Dio mio… mi devo sedere un attimo scusa. Cosa cazzo vuol dire tutto questo?”
Si accascia sul letto. Lui non capisce. Cazzo lui non capisce.
“Idiota non capisci! Tu hai il suo sangue. Tu sei maledetto. Tu non sai cosa mi fatto lui!”
Sento la paura crescere in lui. E’ più fantasma che uomo. Avvolto dal pallore domanda
“Cosa ti ha fatto?”
“Mi ha levato tutto. Mi ha levato la vita, mi ha levato la speranza, mi ha levata una morte umana, mi ha levato il mio corpo, mi ha levato ogni muscolo e ogni terminazione nervosa. Dai 15 ai 17 anni ha abusato di me un numero di volte che il mio cervello ha completamente rimosso! Poi sono scappata di casa! E ORA ARRIVI TU! IL SUO SANGUE DENTRO DI TE URLA. TI HA USATO CAPISCI. TI HA USATO PER TORNARE A PRENDERMI E IO TI DESIDERAVO COME NESSUNO MAI PRIMA D’ORA”
Piango. Sono senza fiato e piango. Riprendo con un filo di voce
“Capisci… per colpa tua io ho desiderato il suo sangue. Tutto questo è troppo da sopportare, tutto questo deve finire ora per me. Dovrebbe finire ora anche per te. Sarebbe meglio per il mondo se il suo sangue non fosse perpetrato nell’umanità. Passami il coltello, ti prego.”
Lui vomita. Piange e vomita. Poi prende il coltello e me lo passa.
Sono esperta e in due tagli mi esce tanto di quel sangue che mi rimangono non più di una manciata di minuti di vita.
Lui mi guarda, si alza e recupera il coltello.
“Sia purezza tutto quel che d’ora in poi v’è, con te e con te sola voglio godere.
Sia dannazione tutto quel che per sempre vi sarà, con te e con te sola voglio soffrire.
Sia il nulla quel che alla nostra attesa risponde, allora per me non v’è cambiamento, in cui il nulla è quel che già alla vita mi s’offre.”
E detto questo comincia anche lui ad essere una poetica fontanella di rubicondo liquido vitale.
Con le ultime energie stende il suo corpo sul mio.
Mentre muoio il mio ultimo pensiero è
Chissà che cazzo di casino sarà questa storia per la polizia.
Fine.
Prologo:
allora piaciuta?? commentate vi prego!! cmq domande:
1)che opinione esprime l'autore del tema dell'abuso sessuale? (questa domanda è a trabochetto, la metto solo per ingannarvi)
2)ci sono tre buchi... oppure tre facilonerie, o cose che potevo anche fare a meno di dire nella trama e che non portano a nulla. trovatele!
3)alla fine della storia, sembra che manchi una motivazione forte per una cosa. cosa? questo vi da anche l'indizio sulla prossima cosa che voglio scrivere, cioè questa motivazione.
la confusione con la sua testa di gorgone, crudele e cieca
comanda, costringe e condanna.
La perdita degl’occhi, i mille sentieri del Labirinto:
li vorrei seguire tutti e tutti li seguo, ma io
io, io, io, io, io
mi divido in mille io
(noi? no, impossibile è la nascita del noi dall’io.)
Nei mille sentieri del Labirinto la mia Coscienza si svilisce come un fiume che patetici ruscelli diventa.
Prendo l’intero e lo rendo frazionario.
Prendo il maggioritario e lo rendo minoritario.
La mia voce diventa una cacofonia di mille idiomi di diecimila dialetti di centomila voci.
Tutti sussurri, ODIOSI BISBIGLI INCOMPRENSIBILI.
Che rimangono nella mia testa e si accumulano.
Forse è una melodia, forse una maledizione, forse morirò.
Sicuramente morirò, è da decidere come, è da decidere dove, è da decidere quando.
Spero solo di sfociare all’Oceano, come Uno, come Io, come Fiume e non come mille, patetici, ruscelli.
Dedicato a tutto gli esseri umani.
Dedicato a tutto il dolore di tutte le persone, a tutta la poesia che scorre come sangue nel corpo dell'Umanità, e cola nelle viscere della nostra Terra.
Dedicato a tutta la speranza.
Per chi volesse sentirne la splendida musica:
http://www.youtube.com/watch?v=dZp0yI-0HZ4
"Resti immobile guardando i vetri che si sfumano
e i miei passi che si perdono.
Mordi le tue labbra e poi ti muovi in un silenzio assente.
Conti le automobili che passano.
Vesti con grazia, scendi e cammina nelle strade
È ancora giorno mentre la notte ti abbandona.
Non sai che tutto fa parte di te,
i pensieri si perdono e tuoi occhi si illumineranno,
e il sole ti bacerà i sensi e i tramonti dei tuoi giuramenti si dissolveranno.
Tutto fa parte di te.
Spingi il ventre con la grazia insatura e inconsapevole
Mentre le tue gambe tremano.
Poi metti il nome ad ogni amante che diventa un tuo bersaglio
Propagare il danno a chi desidera
Vesti con grazia, scendi e respira nelle strade
È ancora giorno mentre la notte ti abbandona
Non sai che tutto fa parte di te,
i pensieri si perdono e tuoi occhi si illumineranno,
e il sole ti bacerà i sensi e i tramonti dei tuoi giuramenti si dissolveranno.
Tutto fa parte di te.
i pensieri si perdono e tuoi occhi si illumineranno,
e il sole ti bacerà i sensi e i tramonti dei tuoi giuramenti si dissolveranno"
Paolo Benvegnù, dall'album Le Labbra.
concorso biblioteca nave 09
Il collezionista di rumori.
Una stanza. Dentro la stanza un tavolino bianco, di plastica da quattro soldi. Sul tavolino una vecchia radio a valvole, color mogano. E' sintonizzata sul 93,3 Radio Alternativa.
<<Buongiorno a tutti i miei cari ascoltatori. Io sono Piero Evangelisti e state ascoltando il vostro programma preferito: Degustazione Hertz. Oggi per me è un giorno molto speciale, e quindi avremo una puntata molto speciale. Prima, però, è d'obbligo un passo indietro: vi devo raccontare di me, spero di non perdervi in troppi con questa storia lunga e noiosa!
Il mio è un programma strano: come sapete, si basa tutto sull'ascolto di un rumore preso dal mondo esterno e che sia significativo per me, a cui segue una breve spiegazione della sua natura. Dopodiché lo riascoltiamo, in teoria con una maggiore consapevolezza, e ci salutiamo. Indubbiamente un programma strano! Vi siete mai chiesti quale sia la genesi di questo programma? Ebbene oggi vi parlerò di questo.
La mia vita si può dividere in due parti ben distinte: prima dell'incidente e dopo l'incidente. Avvenne mercoledì 15 maggio 1993. Avevo ventitre anni e, come ogni mattina, mi ero recato in azienda per il lavoro. Dovevo tagliare in due parti una grossa trave di legno, quella mattina. Dovevo farlo utilizzando una sega, di quelle flessibili. Ovviamente di occhiali di protezione in quella piccola falegnameria nessuno ne aveva mai sentito parlare. Certo, avevo il contratto e tutto, ma niente occhiali di protezione, niente guanti, niente casco. Indossavo una vecchia tuta rovinata e scarpe da lavoro.
Presi in mano l'attrezzo fischiettando, ero contento quella mattina: mi mancavano solamente mille e duecento euro per comprarmi la macchina. Mi chinai sulla trave e cominciai, con un compagno di lavoro, a tagliare. Lavoravamo insieme dal mio primo giorno ed eravamo ben sincronizzati, quindi procedevamo velocemente. La lama della sega si piegava, s'incurvava ed emetteva lugubri suoni ondulati, ma noi eravamo bravi a domare quella bestia strana.
La tragedia si consumò quand'eravamo circa a metà e si consumò in un lampo accecante di dolore. All'improvviso la lama della sega si spezzò in due, sotto lo sforzo di un movimento troppo brusco. Io ero chinato in avanti sul pezzo di legno, stavo spingendo. Sentii la lama fendere con un sibilo l'aria, prima di affondare nella mia faccia.
Sentii l'oscurità, sentii il sangue che mi colava sul naso e sulla bocca, poi non sentii più nulla.
Tutto questo avvenne mercoledì 15 maggio 1993, esattamente quindici anni fa.
Mi svegliai in un letto d'ospedale una settimana dopo. I medici mi spiegarono che ero stato tenuto in coma farmacologico, mi spiegarono in che modo la lama era penetrata nella mia testa. Mi spiegarono che avevo perso per sempre l'uso della vista. Mi spiegarono che ero fortunato, a essere ancora vivo. Quando vennero i miei genitori, scoprii con loro che la mia facoltà di piangere era rimasta inalterata. Dopo vennero gli amici ed erano tutti pacche sulle spalle e strette di mano, ma erano imbarazzati, spaventati da una situazione troppo grande da sopportare anche per loro. Infine venne il mio capo e mi aiutò a compilare i moduli per l'invalidità. Parlava a voce bassa, appena udibile. Non trovò neanche il coraggio di chiedermi scusa.
Ultime vennero la solitudine e il silenzio. L’infermiera mi disse che erano circa le sei del pomeriggio e, per la prima volta in vita mia, provai una specie di meraviglia, di terrore per il silenzio in cui ero immerso. Era gigantesco, mostruoso, ed era ovunque. L'avevo sempre percepito come l'assenza di qualcosa, mentre ora si stagliava in tutto la sua esistenza. Due settimane dopo, tranne che per il dettaglio di essere diventato cieco, stavo ufficialmente bene e i medici mi dimisero dall'ospedale.
Tornato a casa, l'affetto dei miei genitori, giorno dopo giorno, mi dava forza, ma di notte, inevitabilmente, dopo aver cenato mi trovavo a letto in camera mia da solo. Erano ore infernali e mi ricordo una notte in particolare in cui non riuscivo a prendere sonno e mi rigiravo nel letto ossessionato dal silenzio. Tentai di accendere la televisione e di girare qualche canale, ma mi sentivo talmente stupido a starmene lì a fissare il vuoto in ascolto di quella scatola che la spensi subito.
I minuti strisciavano lenti, li potevo vedere accumularsi uno sull'altro a formare plotoni di ore. All'improvviso il silenzio venne scacciato da qualcosa: il vento. Non potevo crederci, il vento cominciava a sibilare e, piano piano, come in una magistrale overture, quel tenue bisbigliare mutò in un ululare selvaggio. La furia di quelle grida primigene proiettava nella mia mente incredibili immagini: fitti boschi di pini, che si piegavano e danzavano come ubriachi sotto la luna piena. Li potevo davvero vedere, era incredibile. Sorridevo steso nel mio letto, quando sentii l'enorme boato del tuono riempire la stanza e il mio cuore prese a battere più veloce, fra lo spaventato e il divertito. Contai altre sette esplosioni, sempre più potenti, sempre più vicine e infine a tutto questo si unì come un sommesso ciarlare d'infinite bocche. La pioggia aveva cominciato a cadere, ad intrattenermi col suo spettacolo. Iniziò timida e leggera, quasi avesse paura di disturbarmi, ma subito prese vigore e sicurezza. Lo scrosciare dell'acqua si abbatteva sulla mia mente con un tintinnio forte e continuo, riuscivo a cogliere ognuna di quelle singole goccioline vivere la loro effimera esistenza e infine schiantarsi stremate sul tetto. Era un rumore meno impressionante del tuono, ma era così sconfinato nella sua tranquillità che sembrava davvero in grado di cambiare il mondo. Di redimerlo lavandolo. E la vedevo, con la mente, tutta quell'acqua che si riversava con laboriosa costanza sulla città, sui tetti, sulle strade, sulle macchine, sulle persone.
Ero estasiato dalle meravigliose immagini che si formavano nella mia mente, circondato da tutti quei suoni amici.
Quella notte piansi di gioia fino a quando non mi addormentai stremato: avevo capito che tramite la sconfinata legione dei rumori del mondo potevo tornare a vederlo, anzi l'avrei visto come mai prima d'ora!
Da lì in poi l'ossessione della mia vita sono diventati i rumori. Onde sonore imprevedibili e irripetibili che riempiono il nostro universo. Caratterizzano ogni cosa, danno forma ad ogni evento. Legati nel profondo del nostro inconscio all'istinto e fusi insieme ai ricordi nella memoria.
Il giorno dopo mi feci accompagnare al centro commerciale e comprai uno di quei piccoli lettori mp3 provvisti di microfono e in grado di registrare. In due settimane ne riempii tre con circa 150 ore dei miei rumori preferiti, ed ero sempre alla spasmodica ricerca di un qualche spunto nuovo ed emozionante. Il caffè che sale, un cane, il treno che passa, la doccia, la mia voce; registrai tutto il registrabile. Dovetti farmi spiegare come usare un computer per non vedenti, per organizzare tutto quello che avevo accumulato.
Certo in tutti questi anni devo ammettere che il filo conduttore della mia ricerca è stato l'acqua. L'elemento che è stato in grado di aprirmi nuovamente gli occhi battezzando la mia seconda vita è sempre rimasto il mio preferito.
Nella mia collezione ora posso vantare ben trecentoventidue temporali, in un crescendo che va da una leggera pioggerellina fino al nubifragio più spaventoso, passando per la grandine e per la neve. Ho anche una decina di docce diverse, per quando ho voglia di sentirmi fresco; una dozzina di piscine che a riascoltarle riesco ancora a sentire l'odore del cloro e gli schiamazzi dei bambini.
Il mio pezzo forte rimane però il torrente. E' la registrazione di un corso d'acqua che si getta impavido in una vallata, vicino a dove abito io. Rappresenta uno dei luoghi simbolo della mia infanzia, ci andavo spesso da bambino e un giorno sono riuscito a convincere i miei genitori ad accompagnarmi per fare la registrazione. Fu un gran giorno. Mi muovevo lentamente, con fatica sul terreno accidentato, ma avrei voluto correre, saltare, tuffarmi. Sentivo il rombo cupo dell'acqua che si frangeva sui massi, sentivo lo zampillio delle cascatelle naturali, e il quieto scorrere dei punti tranquilli. Tendevo l’orecchio e ascoltavo e ascoltando vedevo.
L’acqua era cristallina, quasi abbagliante! Vi erano poi delle zone in cui i maestosi alberi facevano un po’ d’ombra e allora assumeva un tono crepuscolare, quasi inquietante. Tutto il fiume si snodava come un servo davanti a me, e faticavo a rimanere fermo. Lo registrai per cinque ore, poi venne il buio e dovettero riportarmi a casa. Dopo venne tutto il resto: l’associazione, i volontari, e, infine, questo piccolo spazio alla radio.
Oggi sto per fare una cosa speciale, grazie al supporto di tutte le persone che lavorano in questa splendida radio e che sono riuscite, con tanta buona volontà, a organizzarmi un viaggio per registrare e mandare in presa diretta a tutti voi il rumore dell'oceano atlantico! Mi trovo a Vila Nova de Milfontes, in Portogallo. In questo momento sento la sabbia che mi scotta i piedi e un vento forte e costante mi scompiglia i capelli. Ora penso sia il caso di smetterla di parlare, e spero di non avervi troppo annoiato. Ora sapete la genesi di questo programma, ora conoscete la mia storia.
Vi lascio alle parole dell'oceano, buon ascolto.>>
Muovo lentamente le gambe, un passo dopo l’altro, guidato dal mio fido bastone e sento l’acqua. Prima mi solletica le dita dei piedi, poi mi agguanta decisa le caviglie. Tremo leggermente per il freddo e mi fermo solo quando la sento arrivare sopra le ginocchia. Il rumore che mi circonda è un qualcosa di fenomenale, di mai sentito prima. Come il respiro di un essere sconfinato e senza tempo, come il respiro di un dio. Decisamente irregolare, a volte più forte, a volte più debole e pieno di scossoni, sussulti e sospiri.
A contatto con questa infinita massa d’acqua che ci ha faticosamente partorito, nel corso di svariati miliardi di anni, finalmente sento di aver compreso tutto.
Di aver compreso la vita, la sua essenza e la sua trascendenza, la potenza dell’essere vita presente in tutto ciò che mi circonda; lo stupefacente emergere della proprietà vita grazie al calore che mi scalda il viso e all’acqua che mi bagna le gambe.
Sono pieno della certezza che tutta questa meraviglia non avrà mai fine e ringrazio Dio per avermi donato anche questo momento di felicità e per avermi permesso di tornare a vedere, e a sperare.
Fine.
questa fatta al festival creatività alla lezione di prova del laboratorio scrittura creativa, mai più toccata.
Apro la porta di casa e, nell’accendere le luci, mi rendo conto che si è già fatto buio e che, per l’ennesima volta, il sole mi è sfuggito di mano. Guardo le lancette del grande orologio di plastica bianca, appeso in cucina, e sospiro: le diciannove e cinquanta.
Mi levo la giacca, butto la cravatta dove capita e mi apro una birra sperando che riesca a rilassarmi un po’. Anche oggi una giornata di fuoco in ufficio, un’altra massacrante e inutile maratona di telefonate. Spesso mi domando con quale cieco ottimismo abbia deciso di abbandonare l’università.
Il jingle, in un crescendo stereotipato, del telegiornale è la mia guida al mondo di Morfeo. Le voci preoccupato dei giornalisti svaniscono piano nel sottofondo dei miei sogni e mi ritrovo profondamente addormentato.
Quando rivedo l’orologio segna le due e venti e in televisione mi vogliono vendere delle cose chiaramente inutili. A questo punto ho esaurito il sonno, ma rimane la noia. Decido quindi di dedicarmi un po’ al mio sport preferito: lo zapping. Dita che danzano freneticamente sulla pista da ballo del telecomando, al valzer della mia inedia. Mi lascio subito alle spalle le televendite, ma vengo presto circondato dalle signorine sconce. Mi divincolo dalla loro seducente malia, memore di quella storica bolletta del telefono da quattrocento euro, e finisco ad osservare curiose opere d’arte astratte. Non capendo nulla di quel che l’imbonitore dice compio un altro balzo nell’etere e passo all’Mtv, il canale musicale dei giovani. Nel trovarmi di fronte quattro sedicenni coi capelli piastrati che si dimenano come se avessero veleno per topi nel sangue fuggo con la velocità del lampo.
Ora l’oscurità mi avvolge e mi sento perso, ma una piccola scritta mi avvisa che sono su uno di quei canali radio che trasmettono musica, o altri programmi radiofonici. Questo qui si chiama “il meglio dei fantastici anni ‘70” e mi sorprende subito con il celebre ritornello di “Starway to the Heaven” dei mitici Led Zeppelin. Finisce quasi subito e sono di nuovo nel buio a fissare il silenzio della malinconia.
Il mio stupore mi lascia senza fiato quando dalla quiete emerge una nota che risuona ritmica, un crescere di chitarra e percussioni che si aprono accogliente in una melodia nota, è “Heroin” dei Velvet Underground. La voce calda e ruvida di Lou Reed mi trascina a forza nei miei ricordi. Su quegli accordi da me ascoltati milioni e milioni di volte rivivo i miei ventanni, la mia adolescenza. Quanto ero felice e spensierato, quando le mie uniche preoccupazioni erano i compiti in classe!
Ripenso alla libertà, alla musica e alla mia bellissima chitarra. E ripenso agli amici e ai fiumi di alcol che scorrevano nel nostro sangue, mutandosi in ricordi. E ripenso alle ragazze, all’amore e al sesso; alla dolcezza e alle perversioni; alla gioia del matrimonio prima dei litigi, dei conflitti, del divorzio.
E piango; piango di felicità e di tristezza.
Piango di malinconia e, soprattutto, piango di nostalgia.
“…and i guess, that i just don’t know
oh and I guess, that I just don’t know.”
cosa cerco?
cosa ho?
cosa avevo?
io sono il genio, io sono il mio assassino.
Io sono l'ultima cosa che mi rimane
sarò la prima cosa che avrò.
Non cerco nulla.
Non ho nulla.
Ho avuto molto.
"Riprova adesso, dovrebbe funzionare. Abbiamo risolto il problema; solamente un paio di cavi che si erano staccati."
Da qualche parte una congrega aspetta paziente di fronte ad un palco. Sono tutti incappucciati, ammantati con larghe vesti viola. Sul palco è presente un grande schermo che per il momento riposa, privo di vita.
"Aspetta, ora riavvio tutto. Vediamo se becchiamo qualcosa."
Lo schermo si riempie di rumore di fondo, piccole scintille grigie danzano sullo sfondo scuro.
"Bene, abbiamo il segnale. Ora ferma tutto che faccio il discorso introduttivo."
Come per magia lo schermo ritorna spento e muto.
"Signori, ci troviamo di fronte ad un evento a dir poco epocale. Forse il momento più alto e significativo per la nostra specie. Voglio, per un attimo, ricapitolare il senso di quello a cui stiamo per assistere. All'incirca tre anni fa il nostor radiotelescopio più potente, il codice URC:ast003471, ha portato alla nostra attenzione qualcosa di molto, molto interessante. Questo strumento era stato calibrato in modo da analizzare qualsiasi segnale elettromagnetico a elevate lunghezze d'onda, che si distaccasse in maniera netta dal rumore di fondo cosmico. In 15 anni di funzionamento abbiamo ottenuto una sola registrazione utile. Questa è la registrazione di quel particolare evento di tre anni fa.
Ci sono voluti anni di lavoro, sforzi elevatissimi per ripulire il segnale dal caos accumulato durante il lungo viaggio dalle informazioni. Ma questo era solo l'inizio, la vera sfida è stata decifrare, capire e tradurre il messaggio che questa registrazione portava. Questa e' stata per noi dell' IRVE sicuramente l'impresa più ardua. Solo la fede che effetivamente ci fosse una logica coerente dietro quel messaggio ci ha condotto a questo momento. Per i dettagli tecnici del come vi rimando alla consultazione del protocollo allegato. Ricordo che tutto il progetto è classificato come sesto livello di sicurezza militare e, quindi, sia la divulgazione dei documenti che avete in mano, sia la divulgazione di quello a cui stiamo per assistere verrà immediamente punito con un'incriminazione per alto tradimento.
Possiamo procedere.
Signori, ecco la prova inconfutabile che non siamo i soli essere coscienti nell'universo; il primo messaggio arrivato a noi da parte di una civiltà extraterrestre.
Fallo partire!"
Con un cenno viene intimato al collega di far procedere la Storia e questa, lentamente, si muove.
La stanza è percorsa da una strana tensinoe, un'ansia, un'attesa di un qualcosa che finalmente inizia; sullo schermo torna la tempesta di piccoli fiocchi di neve grigi e cala il silenzio.
Poi, senza preavviso, compare.
Il silenzio si fa ancora più pesante.
La qualità del filmato è scadente: pochi fotogrammi, bassa risoluzione. Immagini sporche.
Eppure è lì, quella strana creatura. Ricoperta di peli... di pigmenti scuri... tranne nel mezzo dove è completamente bianca... tranne una strana striatura anch'essa scura.
E' diversa ma per certi simile, pensano sicuramente tutti.
Ha quattro appendici, ma disposte in maniera particolare.
Quello che sembra essere il suo volto si contrae ritmicamente.
Che stia comunicando?, pensano sicuramente tutti.
Comincia a parlare. Il suono arriva piatto e atono. E' rovinato. Come una nenia in mono.
La sua voce è incomprensibile è subito coperta da una approssimata traduzione di ciò che sta dicendo:
<Questo messaggio è l'ultima speranza di sopravvivenza della nostra specie. In caso di fallimento rimarrà come nostro testamento, in entrambi i casi una freccia tesa verso l'esterno, una comunicazione verso l'ignoto.
La nostra speranza è che incontri una qualche forma di vita, autocosciente, simile alla nostra.
Soprattutto speriamo che sia in grado di provare compassione, ne abbiamo bisogno.>
CRRR~~~crrrfffzz.
<Quello che è successo è stato ... terribile ... imprevedibile .... .... l'impatto è stato ... ci ha distrutto tutti in brevissimo tempo ... incredibile ...>
CRRR~~~crrrfffzz.
<Temiamo che il nostro sistema sia diventato instabile ... alcuni se ne andranno ... ma gli altri ... noi ... abbiamo bisogno di .... aiuto, vi prego aiutateci per l'amor di dio ...>
Le immagini se ne vanno per alcuni secondi, poi ritornano.
<Dannati cali di tensione ... abbiamo poca energia ... consumata così tanta che ne è rimasta così poca ... fate qualcosa ... dovete salvarci .... le nostre coordinate sono .....>
CRRR~~~crrrfffzz.
<abbiamo una luna orbitante ... il nostro pianeta è chiamato Terra ... ....
Il genere Umano vi ringrazia.......>
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